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Coronavirus e ICT da una prospettiva urbana

Io ed il mondo fuori

Forse in questo caso specifico sarebbe più opportuno dire io ed il mondo dentro, vista la quarantena in cui siamo costretti. In questo momento scrivo dalla mia casa di montagna, sono bloccato qui da circa tre settimane e chissà per quante altre ancora. Il mondo sembra essersi bloccato, questo arresto forzato ci dà modo, ma soprattutto tempo, di fermarci un attimo e pensare, fare cose che avremmo voluto fare da tempo, alla condizione di restare nelle mura domestiche. È in questa situazione che ho iniziato a ragionare sugli impatti che il Covid-19 sta avendo, ma soprattutto avrà sulle nostre città. In molti sostengono che un evento di così grande portata, una crisi globale che sta investendo il pianeta da tutti i punti di vista, avrà effetti importanti sulle nostre vite, tanto da sostenere che ci sarà un prima e un dopo Coronavirus. Anche io ne sono fermamente convinto e in questo articolo tenterò di spiegare in che modo questa emergenza stia mostrando chiaramente in che modo il layer dell’informazione abbia permeato tutti gli ambiti della nostra esistenza, ma soprattutto questo evento sarà considerato uno spartiacque fondamentale verso la digitalizzazione della nostra società.

Crisi, necessità, valore

Storicamente le crisi sono portatrici di innovazione. Le crisi sono importanti perché ci costringono a ripensare e trasformare criticamente il mondo che ci circonda. Di solito le crisi agiscono come catalizzatori, poiché si muovono sul principio di necessità, rendono possibili grandi trasformazioni in tempi brevi: sono degli acceleratori. Talvolta possono essere utilizzate come verifica di tendenze già in atto, perché le rendono esplicite. Nelle righe seguenti mostrerò in che modo la crisi globale legata alla diffusione del Coronavirus stia mostrando tutto il potenziale delle tecnologie informatiche impiegate per arginare la diffusione del virus. Una volta che l’emergenza sarà finita le innovazioni messe in campo probabilmente entreranno a far parte della nostra vita quotidiana cambiando in maniera irreversibile il mondo che ci circonda, principalmente in due modi: attraverso la creazione e la diffusione di nuovi prodotti, pratiche e servizi e attraverso l’adozione di nuove misure e strategie. Con l’utilizzo di parole chiave tenterò di riassumere i principali fenomeni in atto e prevedere le maggiori ricadute in ambito urbano.

Isolare

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Il cosiddetto modello Wuhan (Cina), diventato poi anche il modello Italia, ovvero la chiusura pressoché totale di servizi e attività produttive e l’isolamento in casa al fine di contenere la diffusione del virus, ha comportato la digitalizzazione di molti settori, compresi lavoro e didattica. Piattaforme come Skype, Meet o Zoom stanno conoscendo un’enorme diffusione e potrebbe darsi che molte aziende presto si rendano conto della convenienza e della competitività offerta dal lavoro da remoto. Interi team ed uffici potrebbero essere spostati online, o ancora appare plausibile che un uomo d’affari costretto a portare a termine una contrattazione da remoto, la prossima volta sarà più restio ad affrontare un viaggio intercontinentale per raggiungere lo stesso scopo. Così come mi piace pensare che professori poco avvezzi all’uso degli strumenti informatici, da oggi, in caso di malattia o di assenza per motivi vari, non decidano di rimandare la lezione, ma di effettuarla online. Immaginate gli impatti anche a livello ambientale derivanti dal mancato spostamento da casa al luogo di lavoro. Anche se le nostre case già ci permettono di lavorare da remoto, appare plausibile che la domanda di flessibilità sia destinato ad aumentare, proprio per far fronte a queste nuove esigenze.

Vista la chiusura di tutti i negozi fisici, l’utilizzo dell’e-commerce sta avendo un picco importante, tanto che il colosso Amazon non riesce a garantire la consegna della merce nei tempi previsti e si trova a dover dare precedenza alla consegna dei prodotti di prima necessità. In pochi sapranno che la consacrazione dell’altro colosso mondiale dell’e-commerce, la piattaforma cinese Alibaba, avvenne proprio durante l’emergenza della SARS nel 2003, a causa della quale dovette espandere il suo modello di business per far fronte alle richieste dei privati. Se storicamente per procurarci beni e servizi eravamo costretti a spostarci e raggiungere quei beni e servizi, oggi avviene esattamente il contrario: prodotti e servizi ci raggiungono nelle nostre case. L’unico ostacolo alla completa digitalizzazione è proprio la fisicità dei prodotti e quindi i problemi legati alla logistica, in particolare il cosiddetto “problema dell’ultimo miglio” e la consegna, che in molti casi può essere difficoltosa. Come suggerito nell’articolo riportato in basso, per evitare i contagi le consegne stanno diventando contactless.

Amazon e i servizi che portano a casa il cibo hanno modificato le interfacce delle loro app per inserire le istruzioni per la consegna dei pacchi, con il divieto per i fattorini di suonare il campanello o il citofono salvo espressa richiesta del destinatario. Ci sarà un repentino abbandono di chiavi e maniglie a favore delle aperture delle porte con il riconoscimento facciale o via smartphone. Improvvisamente tutte quelle assurdità sulla consegna della spesa o della posta con i droni sembrano argomenti sensati.

Christian Rocca, Il virus ha eliminato le ultime resistenze alla rivoluzione digitale, ora parte la società contactless
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Anche il mondo della cultura, della moda e dell’intrattenimento si è attrezzato per far fronte all’isolamento, tentando di digitalizzare collezioni di musei, trasmettendo performance o show esclusivamente in streaming, talvolta ricorrendo all’uso di nuove tecnologie, come la realtà aumentata nel caso di Apple.

Sostituire

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Un altro metodo per ridurre le probabilità di contagio è la sostituzione degli esseri umani nello svolgimento di alcune mansioni. La Cina in questo senso ha offerto le soluzioni più innovative ed avanzate, tuttavia in molti casi più di un aiuto concreto si ha l’impressione che sia solo un mezzo per mettere in mostra la propria potenza tecnologica. In Cina, gli esseri umani sono stati rimpiazzati da droni o robot per far fronte alle esigenze più disparate, come ad esempio disinfettare le strade ed i luoghi pubblici, consegnare medicine agli ospedali e cibo alle persone in quarantena, o ancora misurare la temperatura corporea dei cittadini. Tuttavia, l’impiego più consistente è stato quello relativo al controllo e all’ammonimento dei cittadini. Droni dotati di telecamere e speaker vengono utilizzate per identificare i cittadini ed invitarli a tornare a casa, ad evitare assembramenti e gli ricordano di lavare le mani non appena rientrati in casa. Anche in questo caso, una volta testata l’efficienza e l’utilità di questi dispositivi, appare plausibile che in un futuro molto prossimo entrino a far parte della nostra quotidianità.

Mappare

Si potrebbe dire che le epidemie in Asia non sono combattute solo da virologi ed epidemiologi, ma soprattutto da informatici e specialisti dei big data. Un cambio di paradigma che l’Europa non ha ancora imparato. 

Byung-Chul Han, L’emergenza virale ed il mondo di domani

La strategia più efficace e almeno a prima vista meno invasiva per arginare la diffusione del virus è quella del cosiddetto modello asiatico, ovvero di una sorveglianza massiva attiva. A mio avviso è in questo ambito che le tecnologie informatiche svelano il loro enorme potenziale, ma soprattutto mostrano chiaramente come alla città fisica si sia via via sovrapposto il layer immateriale dell’informazione e che quest’ultimo ha degli impatti decisivi sulle nostre vite e sulle nostre città. La crisi ci costringe a pensare alla città in quanto software e non più in quanto hardware. Grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale si aggregano i big data provenienti dall’ecosistema urbano, in particolare dalle telecamere pubbliche e dalla geolocalizzazione segnalata da specifiche applicazioni per cellulare, si è in grado di risalire a tutti i potenziali contatti che una persona contagiata ha avuto, avvisarli tramite un messaggio ed invitarli a fare un tampone per verificare se siano stati o meno effettivamente contagiati. Ovviamente questa sorveglianza attiva pone grosse questioni legate al controllo e alla privacy. In questo ambito è interessante notare come due realtà geograficamente vicine abbiano sviluppato sistemi molto diversi per far fronte all’emergenza. Le applicazioni utilizzate in Cina sono Alipay Health Code e Close Contact Detector. La prima incrociando i dati sanitari e quelli degli spostamenti, associa ad ogni persona un codice colore con un QR-Code: con il verde si può andare ovunque, con il giallo si ha mobilità ristretta, con il rosso si deve restare a casa. Ad ogni controllo o varco bisogna esibire app e QR-code. Inutile dire che l’hanno installata tutti, anche perché se non si ha l’app si viene automaticamente considerati un codice rosso.

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La seconda invece attraverso la geolocalizzazione è in grado di tracciare i movimenti degli utenti e gli eventuali contagi. Il governo di Singapore ha immaginato una soluzione più sofisticata: l’applicazione TraceTogether, infatti, non ha bisogno di registrare la posizione, ma usa invece il Bluetooth per determinare quando uno smartphone è vicino ad un altro apparecchio sul quale sia stata installata l’applicazione. I due telefoni si scambiano ID anonimi, i dati vengono criptati e conservati esclusivamente sullo smartphone. In caso di possibile contagio l’app manda un avviso ed il cittadino si sottopone al test.

n generale in Asia i governi sono molto autoritari e la posizione critica riguardo al possesso e all’utilizzo dei dati è quasi inesistente. I gestori telefonici e dei principali servizi, condividono con i governi i dati sensibili dei loro clienti, in questo modo posso arginare gli effetti di una pandemia ma posso anche sapere dove sono, con chi, cosa ho mangiato e quanto ho speso.  Troppo spesso le misure adottate durante un’emergenza divengono permanenti, basti pensare a molte delle misure antiterrorismo adottate dopo gli attentati dell’11 settembre. Per questo in molti pensano che…

il governo cinese ha solo messo un altro tassello nel suo programma distopico di controllo totale della popolazione. Dopo il Social Credit System, dopo Skynet (discutibile senso dell’umorismo nella scelta del nome) e gli altri programmi di controllo, con il Coronavirus il governo cinese ha incastrato l’ultimo pezzo del puzzle.

Giuliano Pozza, C’è un’AI “maligna” che (forse) ci salverà dal Coronavirus

Dati e sovranismo

Il caso europeo appare interessante se confrontato con quello asiatico, infatti una regolamentazione molto più stringente, soprattutto dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento GDPR in materia di acquisizione dei dati, e una posizione più critica dei cittadini rendono difficile immaginare un controllo così poliziesco. In Italia, ad esempio, non siamo stati in grado di sviluppare un app sul modello cinese proprio a causa delle limitazioni imposte dalle norme, incluse quelle sociali. Questo confronto tra i casi asiatici e quelli europei mostra chiaramente  che oggi è sovrano chi possiede i dati! Tuttavia, come ci mette in guardia De Kerckhove, se la pandemia dovesse continuare, molto probabilmente anche negli stati occidentali potrebbero essere utilizzati modelli simili a quelli asiatici.

Una volta rimossa l’ultima muraglia del nostro essere privato, nessun governo ce lo restituirà. Ciao al GDPR, l’acronimo inglese di General Data Protection Regulation, e ad altre fantasie della democrazia! L’immagine del dopo coronavirus è prevedibilmente quella di una metamorfosi kafkiana, non in uno scarafaggio, ma in api produttori di dati e algoritmi nell’alveare globale…

De Kerckhove, La libertà malata

Tuttavia un’alternativa sembra possibile: come magistralmente spiegato da Yuval Noah Harari in questo articolo, la tecnologia può essere utilizzata non per controllare, ma per emancipare i cittadini, a patto che tornino ad avere fiducia nella scienza, nella politica e nei media. Un popolo di cittadini coscienti e ben informati possono fare la differenza in una crisi come questa.

Se potessi controllare le mie condizioni di salute 24 ore al giorno, saprei non solo se sono diventato pericoloso per altre persone, ma anche quali abitudini contribuiscono a farmi rimanere in salute. E se potessi accedere a statistiche affidabili sulla diffusione del coronavirus e analizzarle, sarei in grado di giudicare se il governo mi sta dicendo la verità e se sta adottando i provvedimenti giusti contro l’epidemia. Ogni volta che ci parlano di sorveglianza, non dimentichiamoci che la stessa tecnologia può essere usata non solo dai governi per controllare gli individui, ma anche dagli individui per controllare i governi.

Il mondo dopo il virus, Yuval Noah Harari

Quello di cui abbiamo bisogno è una rivoluzione culturale, una rivoluzione umana. Gli strumenti a nostra disposizione, anche tecnologici, possono fare la differenza, ora sta a noi capire in che modo utilizzarli, se esserne succubi o se sfruttare a pieno il potere liberatorio per immaginare e costruire un mondo migliore: più sano, più equo e più giusto.

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174 risposte su “Coronavirus e ICT da una prospettiva urbana”

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