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Power (and Internet) to the people!

1. Città e Internet: una traiettoria comune all’insegna del neoliberismo.

Negli ultimi decenni la società è cambiata radicalmente: il secolo scorso, seppur cronologicamente vicino è sostanzialmente molto diverso e lontano. Uno dei motivi principali è il salto di paradigma derivante dal passaggio da una società industriale a una dell’informazione. Oggigiorno il layer informatico è così intrecciato a quello fisico delle nostre città che non è più possibile distinguere dove inizi l’uno e finisca l’altro. Tracciare continuità e analogie tra lo sviluppo della città contemporanea e di Internet è interessante perché, da una parte essi si sono vicendevolmente influenzati nel loro sviluppo, e dall’altra perché è possibile tracciare una traiettoria comune legata a un modello di sviluppo neoliberista. Agli albori di Internet e del World Wide Web, a cavallo tra la fine degli anni 80 e all’inizio dei 90, il cyberspazio era considerato uno spazio sostanzialmente libero, collaborativo e non mercificato, tanto che nel 1996 a Davos, John Perry Barlow, nella Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio rivolgendosi online ai governi mondiali, scrisse:

Non siete graditi fra di noi (…). Non avete alcun diritto morale di governarci e non siete in possesso di alcun metodo di costrizione che noi ragionevolmente possiamo temere. (…). Il cyberspazio non si trova all’interno dei vostri confini. Non pensate che esso si possa costruire come se fosse il progetto di un edifico pubblico. Non potete. (Barlow, 1996)

Rileggere dopo quasi venticinque anni questa dichiarazione è utile per tracciare la traiettoria seguita da Internet nella sua breve storia: da spazio della libertà e delle opportunità a strumento in grado di portare all’estremo lo spirito e le logiche del capitalismo. Lo sviluppo della bolla speculativa delle dot-com, tra il 1997 e il 2001, può essere preso come punto d’inizio per comprendere la convergenza tra sviluppo delle tecnologie informatiche e ideologia neoliberista. Se volessimo fare un parallelo con le nostre città, sarebbe utile far riferimento al dilagante fenomeno dei POPS, acronimo che sta per Privately Owned Public Space. Così come Internet anche gli spazi pubblici delle nostre città si stanno via via privatizzando: non abbiamo più il diritto di occuparli, ma ci viene permesso di utilizzarli più o meno liberamente a seconda dei casi, sono spazi lasciatici in concessione.

Guardare a Internet e alla città allo stesso tempo è un modo efficace per comprendere il successo del paradigma Smart City. Con il termine Smart qui si intende

ogni tecnologia digitale impiegata in un determinato contesto urbano con l’intento di produrre nuove risorse, di ottimizzare quelle esistenti, di modificare il comportamento dell’utente o di garantire altri miglioramenti prospettici in termini di flessibilità, sicurezza e sostenibilità

Bria, F., Morozov, E. (2018) Ripensare la Smart City, Torino, Codice Edizioni.

Non c’è dubbio che tutte le città contemporanee siano Smart City e che basino – anche se a livelli e in modi diversi – il loro funzionamento su connettività, sensori e raccolta di grandi quantità di dati. Nel tempo, le corporation informatiche hanno sistematicamente cercato di entrare in tutti i domini della vita quotidiana, cercando di rispondere a tutti i bisogni della società contemporanea. Quando tutta la realtà che ci circonda può essere trasformata in informazione, non c’è da stupirsi che i colossi informatici entrino in gioco nel remunerativo settore dell’Urban Tech, tanto nell’offerta di nuovi prodotti e servizi che nella progettazione di nuovi quartieri intelligenti. Non è un caso che la rapida sovrapposizione del layer informatico a quello fisico delle nostre città sia andata di pari passo con la crisi finanziaria: in un periodo storico in cui città e stati vedono il loro potere economico ridotto a causa del regime di austerity, le corporation private offrono servizi e prodotti ottimizzati, più efficienti e quindi meno costosi, tanto per le municipalità che per i cittadini. Nelle città neoliberista assistiamo sempre più spesso alla trasformazione di bisogni, in molti casi anche primari, in servizi.

Durante la pandemia i colossi informatici forniscono servizi pubblici.

Come spesso accade le crisi accelerano tendenze già in atto e non c’è dubbio che la crisi legata alla diffusione del Coronavirus stia agendo come catalizzatore di fenomeni latenti. Storicamente le crisi hanno permesso grandi cambiamenti e trasformazioni in periodi brevi, sono periodi di transizione: la crisi legata alla diffusione del Coronavirus sarà uno spartiacque importante verso la digitalizzazione della nostra società. Il lockdown imposto più o meno rigidamente a livello globale ha comportato che la maggior parte dei cittadini rimanesse a casa, uscendo solo per acquistare beni di prima necessità e, in alcuni casi, per lavorare. Le scuole, le università e la maggior parte dei lavori sono continuate da remoto. È interessante notare come il lockdown imposto per arginare la diffusione del virus abbia mostrato tendenze differenti e in qualche senso opposte. Da una parte si è riscoperto il commercio di prossimità, la solidarietà e la cura a livello comunitario, dall’altra proprio a causa della chiusura forzata di molti esercizi commerciali e uffici e anche per ragioni di sicurezza, la città contemporanea ha mostrato chiaramente la sua doppia natura: allo stesso tempo hardware e software. Mentre la città fisica sembrava essersi fermata, molte attività produttive, economiche, sociali e educative sono state possibili grazie all’utilizzo degli strumenti informatici. L’e-commerce ed il food delivery sono stati gli esempi più lampanti di questa tendenza. Allo stesso tempo, rinchiusi nelle nostre case non abbiamo potuto sottrarci al potere, accresciuto proprio a causa della crisi in atto, dei principali colossi informatici occidentali, riuniti di solito sotto l’acronimo GAFAM. Ognuna di queste corporation ha avuto un ruolo importante nella crisi pandemica: Google nella condivisione di informazioni e notizie, e con Apple nello sviluppo di un sistema di contact tracing che in alcuni casi, come ad esempio nel Regno Unito, ha sostituito la app ufficiale, perché più affidabile. Microsoft con l’infrastruttura cloud e con la app Teams, il gruppo Facebook, di cui fanno parte anche Instagram e WhatsApp nella comunicazione, la condivisione di informazioni e più in generale nelle attività sociali. Amazon è tra le cinque quella che ha avuto il ruolo più importante, poiché ha garantito, su scala globale, l’approvvigionamento di beni di prima necessità. Il colosso guidato da Jeff Bezos ha collaborato ad esempio con il governo canadese per distribuire materiale sanitario e con quello inglese per consegnare a casa i kit per effettuare i test per il Covid-19. Il ruolo svolto da questi colossi informatici, soprattutto in questa crisi, confermato dall’aumento di fatturato registrato tra il primo trimestre del 2019 e del 2020, è stato così centrale che in molti hanno iniziato ad equipararle a servizi pubblici, nonostante siano a tutti gli effetti entità commerciali. Il paradosso emerso durante la crisi sanitaria è che il carattere monopolistico dei colossi informatici è sicuramente un problema, tuttavia è proprio la loro potenza e grande diffusione che li ha resi così efficaci durante l’emergenza. Un caso emblematico è quello del premier italiano Giuseppe Conte che ha utilizzato una diretta Facebook per aggiornare gli italiani sulle ultime misure adottate: se Facebook non fosse stato così diffuso e al suo posto ci fossero stati tanti piccoli social network, la comunicazione non avrebbe avuto il risultato sperato. Questo esempio dimostra come i colossi informatici, permeando sempre più le nostre vite, abbiano assunto a tutti gli effetti il ruolo di servizi pubblici e pertanto come tali andrebbero trattati.

Confronto del fatturato del primo trimestre del 2019 e del 2020 dei colossi GAFAM   

Il diritto al digitale

Il lockdown ha mostrato chiaramente i problemi e le opportunità legate all’utilizzo del digitale. L’Italia, ad esempio, fanalino di coda in Europa in questo ambito, problemi come il digital divide e l’analfabetismo digitale sono ancora urgenti e cercano una soluzione. Quando la scuola e il lavoro, due diritti imprescindibili, si fanno smart, l’assenza di una connessione internet veloce e/o di un pc grazie ai quali seguire le lezioni o comunicare a distanza, ci vediamo negati quei diritti. Dovremmo iniziare a considerare l’accesso a internet come un diritto, piuttosto che come una semplice infrastruttura. Nel XXI secolo Internet – come dimostrato dalla crisi sanitaria in atto – è da considerarsi un diritto fondamentale e imprescindibile.

Le città sono il più antico esempio di network esistente, sia nel loro funzionamento interno che nella rete che costituiscono tra di loro. Un parallelo tra città e Internet, ovvero tra l’infrastruttura fisica e quella digitale può essere utile per supportare l’idea che rivendicare la proprietà collettiva dell’infrastruttura digitale non è solo giusto, ma auspicabile. Ne Il diritto alla città Lefebvre auspicava una partecipazione diretta dei cittadini alla costruzione e al godimento della città. Oggigiorno,

… cosa significa diritto alla città nel contesto di una città digitale, gestita dalle aziende tecnologiche e governata dal diritto privato, in cui i cittadini e i gruppi sociali non siano messi in condizione di avere libero accesso a quelle risorse chiave (connettività, dati e rete) che gli permetterebbero di amministrarsi in maniera autonoma?

Bria, F., Morozov, E. (2018) Ripensare la Smart City, Torino, Codice Edizioni.

Urbanizzare il digitale. Casi studio e strategie possibili

Continuando il parallelo tra città e Internet, se è vero che le nostre città sono state profondamente influenzate dall’avvento della rete, diventando sempre più connesse, interattive e multitasking, dall’altra è vero che potremmo iniziare a guardare alla rete con le categorie e i valori propri delle nostre città. È quanto proposto dalla designer Aiwen Yin nel progetto Urbanizing the digital . Urbanizzare il digitale significa rivendicare il collettivo nel mondo digitale: non solo nel senso che c’è bisogno di spazi sociali non posseduti da corporation private, ma anche che questi spazi devono essere pensati e progettati attraverso le relazioni tra gli utenti, al fine di perseguire il bene comune. Il progetto si propone di liberare gli utenti da una posizione alienante e rafforzarli come gruppo.

Restituire il potere agli utenti, ma soprattutto la sovranità sui dati che essi generano è lo scopo del progetto Solid (Social Linked Data), sviluppato da Tim Berners-Lee in collaborazione con il MIT. Il fatto che l’inventore del World Wide Web sia al lavoro per costruire una nuova infrastruttura decentralizzata è un’ulteriore prova delle storture che caratterizzano oggi il cyberspazio. Il progetto punta a cambiare il modo in cui funzionano le attuali applicazioni Web, per ottenere una reale proprietà dei dati ed una privacy migliore, sviluppando una piattaforma per le applicazioni di linked-data che saranno completamente decentralizzate e sotto il pieno controllo degli utenti, invece che essere controllate da altre entità. L’obiettivo finale di Solid è mettere in grado gli utenti di avere il pieno controllo dei propri dati, inclusi il controllo di accesso e il luogo di archiviazione.

Le strategie possibili per rivendicare le infrastrutture digitali come bene collettivo sono diverse e si muovono su livelli differenti. Da una parte le istituzioni: le città, gli Stati e anche l’Europa, al contrario di quanto dichiarato da John Perry Barrow nella citata Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio, dovrebbero regolamentare lo spazio digitale, limitando il potere delle corporation private. In Europa sono stati varati molti programmi basati sul GDPR, General Data Protection Regulation, che offrono alcune garanzie in questo senso. Ad esempio, il progetto Open Data dell’Unione Europea è un ambizioso piano che attraverso un portale permette di raccogliere di riutilizzare i dati pubblici, al fine di promuovere lo sviluppo economico dell’Unione europea e la trasparenza all’interno delle istituzioni. O ancora il progetto Decode, finanziato dall’Unione Europea e che prevede che le città di Barcellona e Amsterdam realizzino

una infrastruttura pubblica e decentralizzata di dati la cui proprietà e controllo saranno in mano ai cittadini. Il progetto sviluppa strumenti flessibili di gestione e condivisione dei dati, offrendo al contempo la totale protezione del diritto alla privacy. Tale infrastruttura, basata sulla tecnologia blockchain, permette ai cittadini di decidere quali dati mantenere privati e quali condividere, attribuendo chiare e trasparenti regole di accesso, uso e riutilizzo dei dati


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I cittadini, e più in generale i gruppi sociali, hanno un ruolo fondamentale tanto nella creazione che nell’utilizzo di infrastrutture digitali pubbliche e alternative. Molto spesso l’assenza di alternative e una scarsa conoscenza dei rischi legati alla concentrazione di dati in mani private, favorisce le corporation informatiche. Tuttavia, a livello mondiale, se la crisi legata alla diffusione del Coronavirus ha mostrato lo strapotere raggiunto dalle corporation informatiche, dall’altra ha mostrato che gruppi di cittadini organizzati possono avere un ruolo altrettanto centrale. È il caso della piattaforma ncov2019.live, un sito interattivo e in continuo aggiornamento con statistiche, mappe e informazioni legate alla diffusione del Coronavirus, sviluppato dal 17enne statunitense Avi Schiffman, con l’aiuto di amici ed esperti trovati in rete. Il sito funziona grazie agli Open Data raccolti su scala globale, che vengono aggregati e resi disponibili in diverse possibili visualizzazioni. Visto il grande successo che ha avuto il sito, lo sviluppatore ha utilizzato le conoscenze acquisite per creare 2020protests.com, un sito di tracking incentrato sulle proteste del movimento Black Live Matters negli Usa nate in seguito alla morte di George Floyd. Come per il primo sito, il fine di 2020protests.com era tanto semplice quanto nobile: aiutare i cittadini americani a trovare le proteste locali per poterne prendere parte.

Schermata del sito ncov2019.live   

Un altro caso di sicuro interesse è quello del movimento g0v (si legge gov zero, n.d.a.), un’organizzazione open source e open government nata nel 2012 a Taiwan con lo scopo di promuovere la trasparenza e la partecipazione dei cittadini attraverso piattaforme digitali open source. Il nome g0v racchiude diversi significati, utili a far comprendere la mission dell’organizzazione: ripensare il ruolo dei governi da zero, e soprattutto evocare il sistema binario formato dall’alternanza di 0 e 1 del mondo digitale. Tuttavia, l’aspetto più interessante è quello di mimare il suffisso dei siti governativi, sostituendo lo 0 alla o di gov si propone, almeno metaforicamente, come una sorta di nuovo governo ombra. Oggi il movimento g0v di Taiwan collabora attivamente con il governo, portando avanti diversi progetti, molti dei quali hanno trovato una diretta implementazione nelle misure per fronteggiare la diffusione del Covid-19. Sulla scia di questa esperienza sono nati progetti simili in tutto il mondo, come ad esempio in Italia dove l’organizzazione g0v.it contribuisce alla diffusione di progetti software di utilità civica, con lo scopo di creare nuovi spazi di azione per cittadini più consapevoli e informati.

Il fine del cosiddetto civic hactivism è quello di permettere a gruppi di cittadini di inventare e proporre nuove forme di democrazia distribuita e decentralizzata nell’era digitale. Confrontandosi con concentrazioni di potere, sorveglianza massiva e autoritarismo causati dalle nuove tecnologie, i civc hacker stanno provando a ri-costruire il bene comune nel cyberspazio


Webb, M. (2020), Coding democracy. How Hackers Are Disrupting Power, Surveillance, and Authoritarianism, Cambridge, MIT Press.

Conclusioni

In questo articolo ho cercato di mostrare i rischi e le opportunità del mondo digitale. L’apparizione di un nuovo strumento ed il conseguente cambio di paradigma possono rappresentare una forte crisi, perché ci costringono a ripensare le strutture economiche e sociali che governano il nostro mondo. Ma è proprio questo radicale ripensamento che può trasformare la crisi in valore, in opportunità, per trasformare tanto lo spazio fisico delle nostre città che lo spazio e le infrastrutture digitali. Possiamo definire l’architettura come una pratica spaziale, non solo riferita alla costruzione fisica di spazi, ma a tutto ciò che ha una conseguenza per l’ambiente costruito. Se ciò è vero, allora anche Amazon, Uber e Instagram sono architettura! Il ruolo di architetti e designer è centrale nella transizione delle infrastrutture digitali da spazi privati a bene collettivo. È meno contro-intuitivo di quanto si possa pensare credere che, i designer, dovrebbero utilizzare le loro competenze per trasformare lo spazio immateriale dell’informazione.

Come spesso accade, la crisi derivante la diffusione del Coronavirus ha aperto scenari nuovi e offerto punti di vista inediti. Nell’accezione comune, la parola crisi sta a significare una situazione di emergenza, di turbamento e di grave difficoltà. Tuttavia, possiamo immaginare la crisi come momento di espressione e manifestazione di un problema latente, infatti nonostante la connotazione negativa che oggigiorno attribuiamo alla parola crisi, la sua etimologia greca ed il suo significato in tutte le lingue moderne è quello di ‘scelta’ o ‘punto di svolta’. La parola crisi, storicamente, non ha, quindi, una connotazione negativa, ma

… può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero


Illich I., (2013) 1° ed. 1978, Disoccupazione creativa, Red edizioni, Milano 2013

Le gabbie citate da Illich sono una metafora potente per le case in cui eravamo rinchiusi durante il lockdown e in cui eravamo ridotti ad api produttori di dati e algoritmi nell’alveare globale . Spesso tendiamo a pensare che le tecnologie e gli strumenti che ci circondano siano neutri, e che sia il modo in cui vengono usati a fare la differenza. Così le tecnologie informatiche, nonostante abbiano un grande potere liberatorio ed emancipante sinora sono state utilizzate principalmente per replicare le strutture di potere proprie del capitalismo e non per il raggiungimento di un mondo più sostenibile, equo ed inclusivo. Se il mercato ed il profitto sono le uniche leggi alle quali rispondere, non c’è da stupirsi che il prezzo da pagare sia lo sfruttamento, l’estrazione e l’esaurimento, tanto nei corpi umani che nel pianeta. Se il capitalismo industriale, come previsto da Polanyi ha significato la distruzione del pianeta Terra, il capitalismo digitale significa lo sfruttamento e l’esaurimento degli esseri umani.


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179 risposte su “Power (and Internet) to the people!”

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